Nel 2019 le tendenze demografiche in Italia sono risultate in linea con quelle mediamente espresse negli anni precedenti. Bassi i livelli di fecondità, regolare l’aumento della speranza di vita e vivace la dinamica delle migrazioni internazionali. Questi i tratti principali che hanno contraddistinto la nostra popolazione nell’anno appena trascorso sulla base della fotografia scattata dall’Istat.

La popolazione residente, scesa al 1° gennaio 2020 a 60 milioni 317mila, continua a diminuire attestandosi a 116mila in meno su base annua. Il calo della popolazione si concentra prevalentemente nel Mezzogiorno e in misura inferiore nel Centro. Prosegue il processo di crescita della popolazione nel Nord. Lo sviluppo demografico più importante si è registrato nelle Province autonome di Bolzano e Trento. Il 2019 si aggiudica un record, raggiungendo il più basso livello di ricambio naturale mai espresso dal Paese dal 1918. Ogni 100 residenti che lasciano per morte ci sono appena 67 neonati, mentre dieci anni fa erano 96.

Più che positivo, sebbene in calo, il saldo migratorio con l’estero: 143mila unità. A fronte di 307mila iscrizioni anagrafiche dall’estero si hanno solo 164mila cancellazioni. Cancellazioni che sono in rialzo e sfiorano le 164mila unità, raggiungendo il livello più alto di sempre. Sul piano territoriale, tutte le regioni sono interessate da saldi migratori con l’estero positivi, in veste più accentuata nel Nord e nel Centro, rispetto a un Mezzogiorno meno attrattivo.

Stabile il numero medio di figli per donna (1,29). I tassi specifici di fecondità per età della madre continuano a mostrare un sostanziale declino fino ai 30 anni e un progressivo rialzo dopo. L’età media al parto ha toccato i 32 anni, anche perché nel frattempo la fecondità espressa dalle donne 35-39enni ha superato quella delle 25-29enni. Non solo, fanno più figli le donne ultraquarantenni di quanti ne facciano le giovani sotto i 20 anni di età. Il primato della zona più prolifica spetta alla Provincia di Bolzano, che precede Trento, ma la zona dove la propensione ad avere figli risulta più alta è nel triangolo Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto. Appare quindi discretamente evidente la correlazione tra intenzioni riproduttive e potenzialità garantite da un maggior sviluppo economico e sociale di tali regioni. Rilevante il contributo alla natalità delle immigrate che apportano un quinto delle nascite. Una media di 1,89 figli.

Per quanto concerne la speranza di vita alla nascita si allunga di un mese: gli uomini sfiorano gli 81 anni, le donne gli 85,3, sebbene il ritmo di crescita sia in rallentamento. Basti pensare che nel solo decennio 2009-2019 le donne conseguono un incremento di sopravvivenza pari a 1,5 mesi in più all’anno, quando nel decennio precedente, 1999-2009, fu pari a 2,5. Il primato regionale compete alla Provincia di Trento sia per gli uomini che per le donne.

Le migrazioni interne si rivelano uno dei motivi dello spopolamento nel Mezzogiorno, in favore delle regioni del Nord che acquisiscono maggiore capacità attrattiva.

Quali invece i numeri che riguardano i residenti? 55 milioni sono i cittadini italiani residenti e 5,4 milioni gli stranieri, ovvero l’8,9% del totale, che preferisce in primis l’Emilia Romagna (12,6%), poi la Lombardia (12,1%) e il Lazio (11,7%). Con la sola eccezione del Trentino-Alto Adige, tutte le regioni sono interessate da un processo di riduzione della popolazione di cittadinanza italiana – che al 1° gennaio 2020 conta 54 milioni 935mila.

Il Mezzogiorno presenta una popolazione più giovane rispetto al Centro-nord anche se le distanze sono in progressiva riduzione: la bassa natalità, il minor impatto delle migrazioni con l’estero e la fuga dei giovani verso il Centro-nord stanno alimentando il processo di invecchiamento. Al primo dell’anno gli ultrasessantacinquenni rappresentano il 23,1% della popolazione totale. Il 63,9% della popolazione, d’altro canto, ha età compresa tra 15 e 64 anni mentre solo il 13% ha meno di 15 anni.