L’Italia non cresce da 20 anni, complici una burocrazia farraginosa, una pressione fiscale eccessiva, l’inefficienza della giustizia civile. E ancora: la difficoltà di accesso al credito e una fitta giungla normativa. Ostacoli che gravano soprattutto sulle micro e piccole imprese che stanno pagando il prezzo più elevato della crisi in atto. Sergio Silvestrini, segretario generale CNA, nel suo intervento di oggi su Il Foglio sollecita una riflessione. Sulla governance del Recovery Plan e sul ruolo che giocano le micro e piccole imprese italiane. E invita a superare un luogo comune, secondo il quale queste realtà produttive sarebbero la zavorra del sistema economico italiano e la principale causa della bassa crescita.

Le micro e piccole impese italiane

Tutt’altro. Perché le micro e piccole imprese esprimono oltre un terzo degli addetti, il 55,6% del fatturato, il 61,2% degli investimenti e il 78,6% dell’export seconda una analisi curata dal Centro Studi della CNA che evidenzia come il numero complessivo delle micro imprese in Italia sia analogo a quello dei principali partner europei. Piuttosto il vero gap della struttura produttiva emerge nei segmenti delle medie e grandi imprese che sono circa un quarto rispetto alle oltre 12mila della Germania. Micro e piccole imprese sono un ingranaggio vitale per il motore della crescita. Lo ha riaffermato la Commissione europea ma lo stanno dimostrando concretamente gli Stati Uniti che nel primo pacchetto di aiuti diretti hanno speso 660 miliardi di dollari destinandoli a imprese con meno di 500 dipendenti. Sopra quella soglia niente sussidi e nemmeno le garanzie pubbliche su prestiti ma solo benefici ai lavoratori.

Le risorse europee

Alle lentezze della macchina burocratica italiana e ai pregiudizi sulla struttura produttiva del nostro paese si aggiunge oggi il tema dell’impiego delle risorse europee. I modesti miglioramenti degli ultimi due anni non sono legati a una maggiore efficienza della macchina pubblica (centrale e periferica). Derivano piuttosto dai margini di flessibilità concessi dalle istituzioni europee. I 51 progetti italiani del ciclo 2014-2020 finanziati dal Fondo sociale e dal Fondo di sviluppo regionale hanno centrato a fatica l’obiettivo di spesa. Ma in tre anni dovranno essere impegnati quasi 30 miliardi, un volume ben superiore alla capacità di utilizzo finora dimostrata, pari a circa 18 miliardi dal 2014 ad oggi. E la lentezza caratterizza sia lo Stato centrale che le regioni in egual misura.

Le micro e piccole imprese possono ricoprire un ruolo di primo piano per il rilancio delle infrastrutture, approdo naturale di asset alternativi a titoli di Stato a rendimenti nulli e negativi. Il PNRR potrebbe infine essere il volano di flussi di investimento attivando un meccanismo virtuoso di cofinanziamento privato.

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